Lavoro dopo l'Università
Sulla rivista "Campus" di questo mese (novembre 2009) leggo un interessante articolo: "Né posto né fisso", trovare lavoro al tempo della crisi.
La serie di articoli analizza la situazione della (dis-)occupazione giovanile, confrontando Nord e Sud, evidenziando i profili più richiesti dalle aziende e, sullo sfondo, un diffuso pessimismo alimentato dalla crisi economica.
Le testimonianze (spesso sconsolate) sono state raccolte presso i career-day organizzati dalle Università a Milano, Roma, Torino e Napoli e fanno emergere una significativa discrepanza tra le aspettative dei neo-laureati e le necessità (o volontà?) del mondo del lavoro: lavori precari e stage non retribuiti, sembra questo il destino di molti giovani oppure la speranza di "fare fortuna" all'estero.
Del resto sembra che la vita del call-center o dell'agente commerciale non sia la massima aspirazione di chi si è appena laureato e consideri lavori di questo tipo solo un ripiego.
Il servizio si conclude con un segnale di speranza, la storia di dieci ragazzi che hanno rifiutato di sentirsi sconfitti e con determinazione, coraggio e.. un pizzico di pazzia, si sono ri-messi in gioco e ora hanno un'attività che li gratifica.
A mio parere il segnale che emerge è che la passione per quello che si fa e la determinazione nel non accontentarsi della situazione di ripiego siano gli ingredienti per raggiungere la serenità lavorativa: conosco persone che fanno gli agenti a provvigione e gli operatori di call-center, giovani (e meno giovani) che fanno quel lavoro non solo con dignità ma anche con passione.
Queste persone sono resi "stabili" nel loro essere "precarie" dal fatto che ottengono risultati: mi sembra difficile che, soprattutto in tempo di crisi, le aziende abbiano voglia di rinunciare a risorse che funzionano, molto meglio fare a meno di chi pensa di essere "sprecato" mettendo "in pratica" la propria laurea nel vendere un contratto telefonico o nel visitare 8 clienti al giorno con la valigietta sotto mano; in questi lavori duri e con alto turn-over servono comunque persone che facciano il proprio lavoro ma che siano anche in grado di guidare e gestire il lavoro degli altri, per questo le possibilità di crescita ci sono, eccome, ma quanti si mettono nelle condizioni di carpirle?
Pubblicato da Riccardo Raichi
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